Lacrime da un futuro prossimo

Siamo nella regione anglofona del Canada, precisamente a Toronto, nel 1976, il freddo inverno è passato, l’ aria si addolcisce, i colori si fanno più accesi. Nel mondo il punk sta prendendo il pieno possesso del mercato musicale e sta influenzando migliaia di giovani in ogni latitudine, la produzione di molti gruppi non è più la stessa; c’è chi cerca di salire in modo goffo sul carro che passa, chi vira in direzione opposta e cerca di dissentire dal genere di dissenso per antonomasia. C’ è poi un gruppo che rimane fedele al proprio credo musicale ma dà vita ad un lavoro incentrato sulla distopia, sul totalitarismo, sposando a grandi linee l’ ideologia reazionaria del momento. Il disco in questione è 2112 e la band canadese sono i Rush.

Il lavoro prende spunto dai racconti di Ayn Rand, controversa scrittrice russa di inizio novecento. I tre musicisti decidono di dedicare l’ intero lato A ad un concept che descrive un mondo futuro, fatto di poca libertà, dove il singolo è considerato come un numero della collettività, dove la musica è stata bandita e di come la società viene gestita in modo crudele dai preti del Tempio di Syrinx; il secondo lato invece, viene dedicato a brani più corti che non hanno nessun legame tra loro, saranno intesi come potenziali singoli, noi su uno di questi ci concentreremo, il penultimo brano in scaletta, “Tears”.

C’è un uomo che imbraccia una chitarra, suona pochi accordi, prima li arpeggia, poi col crescere del pathos li suona a piene plettrate e si fa accompagnare dal mellotron suonato da un vecchio amico, il suono diventa così più caldo, più filante ed allo stesso tempo resinoso, morbido. Ha un forte senso di smarrimento, di perdita e di rimpianto che lo struggono, così canta con voce potente, dal tono acuto, e canta di sensazioni che non sa spiegare, di come una vita di domande possa passare senza avere le risposte, o di averle e di non essere pronto per ascoltarle. La chitarra traccia la linea melodica sulla quale si adagia e si fa guidare comodamente la voce, drammatica, passionale. Il coro arriva e Geddy Lee alza ancora di più il tiro e porta le sue corde vocali su registri altissimi, racconta di come niente lo può toccare nel profondo come delle lacrime che cadono dagli occhi e bagnano la guancia, perché quelle lacrime sono state versate per lui. Tutto può sembrare scontato, già sentito, ma il modo toccante in cui vengono declamate queste emozioni, la carica angosciata e quasi malata, febbrile del cantato, fanno drizzare i peli per come sconquassano la cassa toracica e ci trafiggono con un dardo il cuore straziato, rendendo sanguinante un anima che messa a nudo da tali verità, prende coscienza della sua natura inquieta e così poco incline al comprendere le cose semplici, non riuscendo a togliere strati di sofisticazione che annebbiano la comprensione. Essere la causa del dolore di qualcun altro può essere motivo di grande dolore, ed essere lì davanti alla persona, recitando in forma cantata le proprie scuse ed il proprio dispiacere può essere un atto che ingentilisce ed accarezza in maniera leggera l’ animo e lo apre a sperimentare esperienze emotive di grande ed appagante valore.

In una vecchia intervista Neil Peart, il batterista ed autore dei testi del gruppo, dichiarò che se il disco non fosse andato bene, molto probabilmente sarebbe stato l’ ultimo da loro inciso; la storia è poi andata in altro modo e di dischi ne avrebbero fatti ancora molti, in un’ altra dichiarò che Tears era una canzone molto sottovalutata, ma che loro la considerassero invece un pezzo molto intenso. A posteriori possiamo dire che se la loro carriera fosse finita nel 1976, gli saremmo stati comunque grati per averci regalato questo gioiello di dolcezza e tensione emotiva enormi.

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