Rialto, Quando la musica suona al cinema

Come un disco che ha rischiato di non essere pubblicato, si è invece ritagliato uno spazio di non scontata presenza

Ci sono storie strane e bizzarre legate ai gruppi e ai loro dischi, storie su come è nata una canzone, un riff, un testo alquanto particolare, su come si è registrato un determinato suono; sono storie di genesi e gestazione, di lavoro intenso e spasmodico impegno, di dubbi, paure, momenti di eccitazione comune, momenti di solitaria disperazione. Oggi invece raccontiamo la storia di un gruppo formatosi ed in poco tempo già pronto, con dei singoli pubblicati, e del loro disco, che ha rischiato di non vedere mai la luce.

Siamo nei dintorni di Londra, il cantante Louis Eliot ed il chitarrista Johnny Bull provenienti dai Kinky Machine, decidono di mettere su una nuova band, che suonasse molto noir e molto cinematografica, la vogliono che suoni in maniera marcata, ben definita, e per questo decidono di ingaggiare due batteristi come membri fissi, rarità per un gruppo, in special modo per la versione in studio, non scordiamoci per esempio la veste live dei King Crimson con una doppia sezione ritmica al seguito; sceglieranno per questa avventura, Pete Cuthbert e Anthony Christmas, e completano la formazione poi con Julian Taylor al basso e Toby Hounsham alle tastiere. Il suono che ne esce è ricco, interessante, a tratti volutamente sporco, senza dubbio ricercato e drammatico. Per il nome lo stesso frontman dichiarerà: “ siamo una band che suonerebbe alla grande in un vecchio cinema fatiscente oppure in un vecchio e decadente teatro, coi sedili scoloriti ed alcune bruciature di sigaretta”, Rialto appunto, era il nome di una vecchia catena di cinema inglesi. Nel 1997 pubblicano due singoli, “When We’re Together” e “Monday Morning 5:19” che arriva fino alla posizione 37 della UK chart, il futuro sembra roseo, il disco è in fase di ultimazione e la band gode di ottimo umore. Il destino però gioca brutti scherzi ai cinque musicisti, infatti, dopo un periodo di voci di corridoio che si rincorrono e comunicazioni più o meno ufficiali, giunge la notizia che gela l’ entusiasmo sulla pelle e ghiaccia la passione nel cuore, la loro etichetta East West è sull’orlo del fallimento e decide di scaricare la band a poco tempo dalla prevista uscita del loro disco d’ esordio.

Lo sconforto, l’ incredulità e lo sgomento è tanto, ma la voglia di emergere, la tenacia, sono i sentimenti che prevalgono, e quindi, dopo mesi di ricerche e contatti, Rialto, questo il nome del disco d’esordio, viene dato alle stampe nel mese di luglio del 1998, pubblicato dalla China Records.

In molti hanno affermato che il disco è uscito molto dopo il tempo massimo, quando ormai l’ ondata di dischi Britpop era in esaurimento, e che fosse quasi una forzatura, una decisione presa più per principio che per valenza artistica. Facendo una riflessione a posteriori, come facciamo a dare torto e dei giovani musicisti che vedono a pochi metri dalla realizzazione, sfumare mesi interi di lavoro ed una profusione di impegno ed energia? Come possiamo non assecondare la voglia di far ascoltare un prodotto genuino e fortemente voluto, solo perché qualche incidente di percorso ha spostato la data di uscita e quindi di chissà quale attualità di qualche mese in avanti? Ascoltando quanto è stato inciso, non possiamo che essere contenti che una certa insistenza abbia portato a far scoprire questo lavoro pieno di immagini e di storie sapientemente raccontate.

La veste grafica racconta di una certa predilezione per l’ eleganza, per una tradizione dandy, che Bryan Ferry ha tracciato e che Brett Anderson ha percorso, e che anche i Rialto hanno seguito, magari aggiungendo qualche sfumatura più scura, più legata ad un approccio cromatico purpureo, ma di sicuro effetto ed in tema con il climax proposto. Le canzoni che compongono il disco risultano essere come dei bozzetti di sceneggiatura, oppure microfilm, già scritturati e recitati, pronti per essere messi in scena e suonati in locali fumosi con cocktail serviti con acqua piovana e bicchieri opachi, sbeccati qua e là; dove l’odore di umido pervade l’ ambiente e le riviste patinate fanno bella mostra sui tavoli e sui divani consunti.

La scaletta dei brani è imbevuta di malinconia, di canzoni dal sapore “ Sixties” come “Hard Candy” e “Broken Barbie Doll” da una caracollante e notturna “When We’re Together” che racconta dell’ ossessione per una persona; lui la spia, la segue, si nasconde dietro il giornale, e sente che il sangue gli scorre nelle vene. Passa per episodi più riflessivi come “Summer’s Over” e “Love Like Semtex” che nonostante racconti appunto di un amore esplosivo, si adagia e si snoda su un arpeggio di chitarra contornato di violino, fino al crescendo dove la batteria con una marcetta fa da preludio all’ apertura vocale, che è un falso allarme, il brano in maniera quasi circolare torna da dove era venuto, e si spegne sfumando e portandosi dietro l’ immagine di “ un altro relitto contorto” questo è ciò che è rimasto del loro amore. Ciò che si ascoltava in quel periodo sembra quasi non aver toccato molto l’ apparato uditivo dei cinque musicisti, infatti pezzi più Britpop, risultano essere comunque diversi dagli standard, “The Underdogs” parla di perdenti, di persone che ululano al cielo tutta la loro rabbia, di persone che sono stanche di avere le ossa fragili, “ essere soli ed amareggiati è uno sporco lavoro”, “Untouchable”, uno dei loro maggiori successi, racconta di un amore malato con liriche degne dei Pulp ma molto più scure e crude, dove il lieto fine non viene quasi mai preso in considerazione; stesso discorso per l’ altro singolo “Monday Morning 5:19”, si sono salutati ed ognuno è tornato a casa, lui chiama e trova solo la sua segreteria, ora sono le 5:19 di lunedì mattina, e non ha più voglia di riprovare, “perché se non è ancora tornata allora è la fine”. Rassegnazione quindi, dolorose prese di coscienza, questi sono i temi che si incontrano andando avanti con l’ascolto, tra una fuga dalla vita reale, aspettando la sera per “ Dream Another Dream” tra una “Lucky Number” dove il numero in questione è quello di un pusher da chiamare quando ti senti in tensione, “perché la vita è una lotta”, una “Quarantine”, che viene vista come assuefazione alle abitudini quotidiane, lo schermo della TV o il treno ogni giorno alla stessa ora, si arriva al capitolo conclusivo, che viene affidato alla “liquida” e galleggiante “Milk Of Amnesia”, dove “alzando il bicchiere in aria, annegano tutte le preoccupazioni” ed ancora “ attraverso il fondo del vetro il mondo sembra lontano”.

C’è stato un momento in Inghilterra, dove il cambiamento dato dalla vittoria di Tony Blair alle elezioni politiche, aveva portato una ventata di freschezza e spinta creativa; le illusioni dei giovani però hanno avuto un breve moto di speranza che si è concluso con un tonfo sordo e doloroso, dove la delusione per ciò che non poteva ancora essere ha colorato di colori tenui e sbiaditi le vite di migliaia di persone. Tornando al discorso del fuori tempo massimo per la pubblicazione, possiamo affermare che se anche fosse uscito nei tempi prestabiliti, questo disco avrebbe contribuito a dare la spallata definitiva ad un certo modo di fare musica di quegli anni, perché suona e parla già in maniera diversa dal resto, ed avrebbe dato lo schiaffo sonoro utile a svegliare le coscienze e dirgli che nonostante i proclami e le nuove vesti e le promesse, per chi “affoga la propria vita nell’ alcol” e che “ se non riuscirà a tornare a casa dormirà sulle pietre del selciato”, un vecchio cinema decadente, è il posto migliore dove sentirsi raccontare delle storie e lasciarsi guidare da immagini potenti e significative, con l’ ambiente saturo di fumo e rivestimenti sonori di rara ruvidezza.

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