Wild Is The Wind

Like the leaf clings to the tree,
Oh, my darling, cling to me

Novembre del 1957, esce al cinema un film drammatico per la regia di Geroge Cuckor, interpretato da Anthony Quinn e Anna Magnani. il film, una storia d’amore ambientata in Nevada, riceve molte nominations, tra le quali miglior attore, migliore regista, e migliore colonna sonora; vincerà invece solo il David di Donatello e l’orso d’oro a Berlino nel 1958 per la migliore attrice protagonista e miglior interpretazione femminile conferiti ad Anna Magnani. Tuttavia la cosa che rimarrà nelle radio e nella mente del pubblico, è la canzone che gli fa da colonna sonora, quella “Wild Is The Wind” scritta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington ed interpretata da Johnny Mathis, che raggiunse la posizione numero 22 della Billboard Hot 100 ed un enorme successo. Nel corso del tempo, sono stati in molti a volerla reinterpretare, lo hanno fatto George Michael, i Rialto, Nina Simone, Barbra Streisand e David Bowie, la sua è la versione che andremo a raccontare oggi.

1975 Cherokee Studios, Hollywood, David Bowie è in studio per registrare il suo decimo album, “Station to Station”, album definito contemporaneamente, uno dei suoi più accessibili ed uno dei suoi più impenetrabili, dentro c’è il Krautrock, il funk ed occultismo, un disco che lo stesso Bowie raccontava così ” Ascolto il disco come se fosse un’opera di una persona completamente diversa, è un album estremamente tenebroso” , era il periodo della dieta fatta di cocaina, sigarette, peperoncino e latte, il periodo del “Duca Bianco” dandy decadente ed oscuro. Un giorno a Los Angeles ebbe l’occasione di incontrare Nina Simone, e tra un complimento e l’altro, forse proprio la stessa Simone, incoraggiò Bowie a registrare la sua versione di “Wild Is The Wind”, brano che lei stessa registrò due volte. Tornato in studio, il “duca bianco” iniziò ad arrangiare il brano e lo vestì di abito scuro ed elegante, lo illuminò di luce soffusa, lo cantò con tono baritonale, intenso, carico di pathos e disperazione. Il testo parla di un amore folle, selvaggio, frasi come “Tu mi tocchi ed io sento il suono dei mandolini” è poesia solare, altri ” Come le foglie si stringono agli alberi, stringiti a me” raccontano di una volontà di andare avanti e rimanere vicini nonostante le tante difficoltà, nonostante possa arrivare quel freddo vento a staccarci dal ramo. La musica è crepuscolare, in chiaro scuro, potente e morbida, dove la voce di Bowie si adagia regalandoci forse la sua più intensa e tecnicamente migliore tra le sue interpretazioni. Un gioiello che possiede una forza evocativa vibrante, che ammalia con frasi come “Con il tuo bacio inizia la mia vita” e con l’iniziale ripetersi di “Amami, amami, amami, dì che mi ami” come a voler ascoltare dalla voce dell’amata qualcosa che si fatica a credere, qualcosa che forse si fatica ad accettare per quanto sia importante. La caratura tecnica e tutta l’intensità del brano, la possiamo ascoltare nelle ultime sei parole “Don’t you know
You’re life itself “, recitate con una struggenza ed un controllo della voce da far tremare in un colpo solo tutte le foglie e le radici che sorreggono il nostro amore.

Esistono due versioni del brano, la versione fatta per il videoclip dura poco più di tre minuti ed è molto più inquadrata, cantata nella maniera classica Bowieana, la versione del disco invece supera i cinque minuti e nella seconda parte, prima della coda musicale, si può ascoltare un Bowie quasi inedito, cantare improvvisando alcuni passaggi e lasciando spazio alle emozioni che si impossessano della propria voce, tra falsetti alternati a momenti più baritonali, vibrati e frasi sussurrate, regala all’ascoltatore un compendio delle proprie doti canore che fino ad allora non si erano quasi mai ascoltate, di certo non tutte nella stessa canzone.

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