Al chiaror di luna

Guzmán Barquín By Unsplash

C’è da sempre stato un legame profondo, morboso, intenso, tra l’ uomo e quella presenza fissa che ci illumina le notti e che determina i cicli della nostra vita, quella presenza romantica e consolatoria, quella luce gialla nel cielo che ci fa alzare lo sguardo per cercarla, per ammirarla, forse per la segreta paura che un giorno non si mostri più contornata di stelle.

L’ arte, la letteratura e la musica hanno speso fiumi di parole, note, energie, per cercare di descrivere al meglio il magnetismo che riesce a sprigionare, la fascinazione di chi la guarda e le dedica una preghiera, una poesia, magari un ululato. Il mistero che si nasconde nella sua faccia oscura, nei suoi crateri, nelle anomalie sulla sua superficie. In molti le hanno dedicato delle serenate, Glenn Miller, altri una sonata, Beethoven o un brano all’ interno di una suite, Claude Debussy. Ed anche nella musica moderna non sono mancati gli episodi che le hanno reso omaggio. Oggi parliamo di un brano degli anni ‘30 del novecento, che racconta in modo poetico quello che accade sotto i suoi riflessi, con un forte senso di malinconia, di abbandono e di riavvicinamento.

Blue Moon, brano del 1934 scritto dal duo Rodgers-Hart. Nata come una ballata soul- R’n’B è divenuto col tempo uno standard jazz interpretato da numerosi artisti. La genesi del testo è stata travagliata e quest’ ultimo ha subito molte variazioni; all’ inizio doveva far parte della colonna sonora di un importante film della Disney che non è però mai stato realizzato, poi adattarono il testo per un film melodrammatico sulla figura di un gangster, ma ai produttori non piacque e quindi la scartarono, dopo un lungo tira e molla riuscirono a finalmente a pubblicarla grazie ad una nuova modifica alle parole e così divenne parte del film “ Manhattan Melodrama” con Clark Gable, che non fu un grande successo commerciale. La quarta e definitiva versione vide luce grazie al capo della MGM, che esortò i due a rimettere mano al testo e all’ arrangiamento perché credeva fortemente che nella vecchia versione il potenziale fosse andato sprecato. Gli propose di farne una versione più commerciale, di più facile ascolto, ma si dovette scontrare con le resistenze di Rodgers, il meno incline del duo a svendere la propria arte per fare soldi facili. Dopo diverse discussioni e ripensamenti, le ragioni dell’ autore ebbero la meglio, così finalmente poté dare sfogo alla sua vena poetica e scrisse quello che è divenuto uno dei testi maggiormente interpretati del secolo scorso.

Nella versione originale, molto scarna, c’è una chitarra acustica che porta per tutta la durata per brano lo stesso giro di accordi, accordi crepuscolari, accordi minori, come a fare da preludio al sorgere della luna, con una voce in leggero riverbero, a simulare lo spazio aperto. A metà si inserisce un corto assolo di chitarra fatto di poche note, ma suonate con il tremolo, per dare più enfasi. Interessante la parte finale, dove i due incrociano le voci, e mentre uno intona il tema portante senza cantarlo, l ‘ altro con il controcanto apporta una variante piacevole all’ ascolto. Per una versione più intensa e raffinata, vi rimando all’ ascolto delle versioni di Ella Fitzgerald e Billie Holiday, così come a quella bellissima di Chet Beker del 1986, dove si cimenta prima come cantante, e poi ci delizia con la sua tromba in una vera session jazz con i suoi compagni di registrazione.

La canzone è una dedica, una delle tante fatte alla luna, una luna blu, che nella lingua inglese viene interpretata anche come luna malinconica, oppure le viene dato il significato di caso raro, da parte di qualcuno che era triste, senza sogni e senza amore. La luna ha dato ascolto a questa sua silenziosa preghiera, ed ha fatto in modo che proprio la persona desiderata apparisse di fronte a lui, sussurrandogli di amarla, proprio lei, l’ unica che le sue braccia volevano stringere. Il testo quindi è un ringraziamento per le parole ascoltate e per il sogno avverato. Una tenera canzone da intonare in modo leggero, quasi sottovoce magari in riva al mare, lasciando che le parole vengano portate lontane dal vento, mentre passeggiamo tenendo per mano la nostra unica persona che vorremmo stringere, percorrendo insieme una calda lingua di luce gialla che ci rischiara il sentiero, osservati dall’ alto da quella millenaria presenza che da sempre ci accompagna.

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