La ninfa della strada stellata

ANDROMEDA HEIGHTS

Inghilterra, 1997.

Siamo a Maggio, piena primavera dell’anno che ha visto gli artisti nati in terra d’Albione dominare le classifiche di tutto il mondo. Vengono dati alle stampe dischi del calibro di “Blur”, “The Fat Of The Land”, “Be Bere Now” e “Urban Hymns”, solo per citare i primi che ci vengono in mente. Il Britpop è ormai la via maestra che porta al successo, ed i suoi interpreti, i nuovi divi da copertina con la faccia giusta ed il background indie ed alternativo. In tutto questo fermento creativo, fucina di hit da classifica, un gruppo poco abituato ai piani alti delle chart, che suona un pop colto che guarda a Bacharach, Spector, Beatles e a tutto il decennio “Sixties”, da alla luce un disco elegante, mai sopra le righe, che parla d’amore in modo ironico ma molto maturo, un disco che non arriverà oltre il numero 7 della UK chart, ma che rimane una perla per la cura della melodia, degli arrangiamenti ed è una sorta di Vademecum su come comporre dei pezzi ben scritti; il disco ha un nome mitico, altisonante, si chiama Andromeda Heights, e loro sono i Prefab Sprout.

Andromeda Heights è il sesto disco della band inglese, uscito a 7 anni di distanza dal precedente “Jordan:The comeback”. L’album è prodotto con arrangiamenti molto più pop dei lavori precedenti, ma viene sostenuto da un songwriting preciso, ispirato, con delle frasi che rimangono in testa e lasciano spazio a riflessioni. Il primo brano “Electric Guitar” è una dedica ai Fab Four come il leader Paddy McAloon non ne aveva mai fatte, frasi come “E le ragazze svenivano ogni volta che scuotevamo i capelli” oppure “Tumulti negli aeroporti, ovunque andiamo collasso del mascara, isteria a go-go-go” raccontano in modo assolutamente efficace immagini che rimangono nell’ immaginario collettivo di quei tempi. Altro pezzo che rende omaggio ad un grande personaggio è “A Prisoners Of The Past”, che si apre con la citazione della “spectoriana” batteria di “Be My Baby”. il brano è stato scritto nel 1989 proprio per un’ ipotetica collaborazione col padre del “Wall of sound” per un disco dal sapore Sixties. Il pezzo arrangiato riccamente di violini, trombe e morbidi tappeti di tastiere racconta una “vendetta” nei confronti della ex di turno, e con una sorta di melodramma, Paddy si augura di vivere sottoforma di fantasma per essere sempre presente nella vita dell’altra “This ghost is here to stay”. L’insicurezza, forse l’inadeguatezza, di sicuro la curiosità sono alla base dei quesiti che ci vengono posti, sorretti da un abbraccio di chitarra e piano in “The Mistery Of Love”. qui il cantautore si chiede “cosa succede dietro ai tuoi occhi”, dubbio universale che ogni essere umano si pone quando pensa cosa realmente prova la persona amata, e poi ancora subito dopo, quasi con immediata rassegnazione, “cosa vedi in me io non lo saprò mai”. Frasi che lasciano spazio a riflessioni su noi stessi e sulle relazioni con il mondo circostante. Basterebbe questo per dare consistenza e peso specifico al brano, ma arriva il fulminante solo di sax, che con poche note schiarisce i pensieri e li inquadra in una cornice di velata poesia. La successiva “Life’s A Miracle” è un compendio di esortazioni e buoni propositi sul non far scorrere il tempo inutilmente ma essere propositivi per non sprecare il dono della vita,”dimmi stai dormendo?” “ci sarà abbastanza tempo per riposare” l’amore quasi paterno nello stimolare l’attuazione di progetti, cantati con una morbida melodia, con la batteria suonata col rimshot e di nuovo il sax a duettare con la voce. L’ ubriacatura dello stare vicino alla persona amata, ci viene narrata in “Anne Marie” ma se l’amore è un amore impossibile da realizzare, ci viene descritto con ancora di più la testa tra le nuvole, come a voler scappare da ciò che la realtà ci andrà a togliere “e anche se è tempo, non ci posso credere che sto dicendo addio”. il brano si apre con i campanelli, nel mezzo c’è un assolo di chitarra acustica e si chiude di nuovo con i campanelli che suonano come un carillon che sta per scaricarsi, a tratti, come a scandire il tempo dell’amore che si esaurisce. Un bar all’aperto, il crepuscolo che cresce intorno, un uomo seduto davanti un drink osserva la gente che lo circonda, prova una serenità bagnata di malinconia, mentalmente si rivolge a chiunque ci sia in giro, e gli dice “io ti sto cercando, nei bar, per le strade, la ricerca dell’amore non finisce mai” è pronto a viaggiare per cercarlo, ma nel frattempo aspetta, e nel frattempo magari scrive, e se ti chiami Paddy McAloon magari scrivi una piccola gemma che si chiama “Whoever You Are”. Uno dei brani più corali di tutto il disco è senza dubbio “Steal Your Thunder”, l’autore vuole omaggiare l‘amata recitandole frasi come “anche se amerò qualcun’altra, nessuno ti ruberà il tuono”, il tuono inteso come scossa di vita, che fa sobbalzare il cuore, un altro concetto, in altra frase portante, l’ennesima, con la quale viene costruito il brano. dicevamo della coralità, qui come non mai si “sente” la presenza in studio degli altri musicisti, ci sono i cori di Wendy e Martin, c’è di nuovo il sax di Tommy Smith e l’armonica d’eccezione di Fraser Speirs. I 3’ 59” di “Avenue Of Stars” si aprono e proseguono col sax che dialoga con il pianoforte e con le tastiere che fa quasi pensare ad un brano strumentale, ma al minuto 1:51 la voce familiare di Paddy inizia a raccontare di come la strada dell’amore sia un viale stellato, e anche se stanco e zoppo lui arriverà a percorrerlo, sarà felice di farlo, passo dopo passo, magari incontrando quel qualcuno di “Whoever You Are”? I cigni e i loro partner rimangono fedeli per sempre oppure si lasciano morire sull’acqua, serve altro per raccontare questa poesia? un abito da sera e poco altro, questa è “Swans”, perfetta. Vi ricordate i quattro cavalieri dell’ apocalisse? bene, qui ne viene aggiunto un quinto, il cavaliere dell’ amore, che verrà a prendere il cuore dell’ amata in qualsiasi momento lui scelga e non si fermerà finché non sarà al suo fianco. il brano si apre con una ritmica che sembra imitare il galoppo del cavallo, per poi sparire quasi a voler far cessare il moto ed il rumore, per poterci far ascoltare bene le parole che ci viene a portare il prode messaggero. ritornello che rimane appiccicato alla mente ed una commistione di armonica e cori che ricordano un po’ gli Eurythmics più ispirati. Una voce effettata, robotica, dice “chi era Yuri Gagarin?” “Fu il primo uomo con un basso funky nello spazio”, poi alle prime note di sax ci ritroviamo in orbita nel silenzioso buio sopra il mondo, senza peso appunto, “Weightless” ci narra di quanto l’amore ci possa far fluttuare leggeri e senza peso tra le stelle ballando nella galassia che per stasera sarà la nostra discoteca. La musica tocca vette di inaudita poesia che strugge, ci culla e piano piano ci riporta a terra, consapevoli che basterà premere “Play” e per pochi istanti la magia si ripeterà ogni volta che si vuole. La chiusura è affidata al brano che da il titolo al disco. Intro di piano e atmosfera sognante, qui si gettano le basi per costruire “quello che la gente pensava fosse solo un’ indirizzo” invece è una casa fondata su concetti come l’amore ed il rispetto, aperta a chiunque creda in questi capisaldi e sarà così maestosa che la gente a valle alzerà lo sguardo e potrà ammirarla, perché la costruiremo in alto vicino le stelle, e quando avremo finito ci prenderemo il nostro posto vicino a loro. Con queste immagini si chiude il disco, che ci lascia nella mente delle istantanee di pura poesia e piccoli affreschi da poter ascoltare quando necessitiamo di mettere a fuoco una qualche emozione dentro di noi, perché nella mente di Paddy tutto è molto chiaro e definito, una sorta di rifugio per chi nel proprio vagabondare un giorno si troverà davanti ad un’ insegna con su scritto Andromeda Heights.

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